MATTIA, Vocabolario della serenità

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CERVELLI


Soprassedendo per il momento alle dispute sulla distinzione "essenziale" tra "materiale" e "mentale", è indubbio che la stragrande maggioranza degli uomini "acculturati" ritengano se stessi "molto" diversi ("qualitativamente" diversi?) dagli altri animali e da qualsiasi immaginabile "intelligenza artificiale".

Tuttavia, proprio dai sostenitori dell'intelligenza artificiale è parso venire qualche argomento a favore di chi ritiene l'intelligenza come "prodotto" della sola chimica e fisica cerebrale. Polemicamente si afferma che l'intelligenza artificiale è sempre «ciò che ancora non sappiamo produrre», ed il test di Turing è lì a schernire coloro che non saprebbero distinguere se stanno "dialogando" con una macchina o con una persona umana, e tuttavia si ostinano a "credere" in "differenze qualitative".

Occupandomi di computer, per molto tempo ho ritenuto "misterioso" il modo in cui il software governa l'hardware: com'è possibile che il "programma" (che tutto indurrebbe a ritenere immateriale) possa produrre effetti chiaramente materiali come la stampa di un tabulato? Non mi sorprendeva che una macchina potesse eseguire una dopo l'altra le "normali" istruzioni di un programma (basta pensare al treno che si muove lungo un binario); a lasciarmi perplesso era l'istruzione IF, il "salto condizionato". Nessun problema dal punto di vista "mentale": ma come fa il microprocessore - che non ha nulla di mentale - ad azionare lo "scambio", indirizzando il segnale elettronico verso l'una o l'altra destinazione, secondo la "logica" del programma?

Poi ho capito che la difficoltà nasceva tutta dal prestare al microprocessore l'idea che mi son fatto dei miei processi mentali. Ma nel computer non avviene nessuna "decisione" e nessun "salto": l'istruzione IF viene "interpretata" o "tradotta" come una sottrazione, il cui risultato "accende" certi bit invece di certi altri, ossia disegna per il "treno" elettronico una "rete ferroviaria" invece che un'altra.

In poche parole, nel computer non circola nessuna "misteriosa qualità", ma solo una corrente elettronica il cui percorso è controllato da un'altra corrente - il programma - che, pur chiamandosi "software", è comunque riducibile ad una catena di unità elementari sicuramente "hardware", nel senso che sono particelle materiali "accese" o "spente". Siamo noi che associamo a certe configurazioni iniziali, intermedie o finali un "significato": l'intelligenza, ammesso che sia qualcosa di definibile, è tutta e solo nostra.

Ed eccoci rispediti al mittente, e cioè a noi stessi: siamo davvero così "diversi" da tutto il resto? Possiamo davvero "contrapporci" alla natura? Le siamo davvero "superiori"?

Per conto mio, ritengo che una possibile "funzione" di queste e simili domande sia quella di tenere il cervello sotto carico (per non farlo andare su di giri) anche nei momenti di pausa, quando, cioè, siamo troppo stanchi del nostro concreto "vivere" («Che fatica essere uomini!») o quando ci troviamo - singolarmente o collettivamente - di fronte a un bivio e siamo perplessi sulla direzione da prendere.



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