| MATTIA, Vocabolario della serenità |
Inteso nel significato più forte (trascurando, cioè, i sottoprodotti contrabbandati sotto questa etichetta), l'amore è quel "quid" (sentimento, energia, dono...) che, consentendo il superamento dell'identità singola, contrapposta ad altre identità irriducibili, permette la "fusione" dell'io e del tu in un noi nel quale nessuna delle componenti si senta "sacrificata", come invece accade nella storiella dello spermatozoo, che si chiedeva, perplesso: «Unirsi all'uovo per dar forma ad un essere più grande, dev'essere bellissimo: ma IO che fine faccio?»
Così inteso, l'amore è come il coraggio per don Abbondio: uno non se lo può dare. Non lo si può prescrivere (il primo e massimo comandamento può essere solo l'indicazione di una stella polare, di un orizzonte di riferimento); non lo si può insegnare; non si può condannare chi ne è sprovvisto, così come non si rinfaccia a un handicappato il suo handicap.
Il che non significa che l'amore (come la vita, la fede, la bellezza ecc.) non sia una realtà. Solo che si tratta di realtà primordiali, al di là delle possibilità "dialettiche" dell'intelligenza discorsiva. Non è in nostra facoltà produrle: si riproducono solo per talea o per contagio.
Abbiamo, però, la possibilità di coltivare queste realtà: dissodare il terreno, eliminare sassi ed erbe infestanti, piantare, innestare, irrigare ecc. Purché al momento giusto ci si ricordi che queste sono condizioni necessarie ma non sufficienti, a scanso di inutili rimorsi e di ancor più inutili recriminazioni e condanne.
Non siamo in grado di produrre il sole, ma possiamo esporci ai suoi raggi o difenderci da essi, utilizzarli o lasciare che si sprechino, trovar modo di immagazzinarne l'energia per i periodi freddi e bui o anche solo coltivarne il ricordo per sostenere la speranza nel nuovo giorno quando la notte si fa troppo oscura o troppo lunga.
Vale sempre la pena di farci assegnamento e di goderne quando c'è; ma è pura accademia (quando non è terrorismo, generatore di sensi di colpa) lamentarne o, peggio, condannarne la mancanza, sia negli altri che in se stessi.
Qualora, però, mi sfiorasse la tentazione del fariseo nei confronti del pubblicano o la tentazione del fratello maggiore nei confronti del figlio prodigo, farò bene a ricordarmi che il mio "peso" reale, il mio vero "valore", consiste nell'amore che di fatto è in me. Viene in mente San Paolo col suo elenco delle "virtù" di cui spesso ci vantiamo e le sue variazioni sul ritornello: «Ma se non avessi la carità, non sono nulla» (1ª lettera ai Corinzi, cap. 13).
Spesso incontrerai tesori di amore dove meno te li aspetti, perché l'amore è democratico: non si eredita come i titoli nobiliari, non si compra con l'oro e non si insegna nelle università.
Fra le mie più belle reminiscenze francescane, c'è l'immagine di frate Egidio che percorre i vicoletti del paese come un banditore, per diffondere l'inattesa assicurazione di Bonaventura alla sua ammirata e fraterna invidia: «Vecchierella che non sai leggere né scrivere, fatti coraggio: puoi amare Dio anche più del grande e sapiente Bonaventura».
Beato te se avrai la fortuna di incontrare e riconoscere tali sorgenti e se, invece di roderti d'invidia, saprai approfittarne per dissetarti e caricare le tue esauste batterie.
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QUEL CHE È
È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l'amore
È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l'amore
È ridicolo
dice l'orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l'esperienza
È quel che è
dice l'amore.
(ERICH FRIED, È QUEL CHE È, Poesie d'amore di paura di collera, ed. Einaudi, Torino 1988)
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